• Talpis c. Italia, Prima sezione, 2 marzo 2017 –

L’origine della causa è un ricorso presentato contro la Repubblica italiana con cui la cittadina rumena e moldava Elisaveta Talpis ha adito la Corte EDU il 23 maggio 2014 ai sensi dell’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (di seguito “Convenzione”). La ricorrente lamentava un inadempimento delle autorità italiane al loro dovere di protezione contro la violenza domestica che essa avrebbe subito e che avrebbe portato al tentativo di omicidio nei suoi confronti e alla morte di suo figlio, ad opera di suo marito A. T., comportando una violazione degli articoli 2, 3 e 14 della Convenzione. Il governo italiano ha sollevato due eccezioni di irricevibilità, sostenendo in primo luogo che il ricorso fosse tardivo in quanto la ricorrente lo avesse presentato successivamente all’archiviazione della denuncia, ed in secondo luogo che la ricorrente non avesse esaurito le vie di ricorso interne. La Corte ha respinto l’eccezione preliminare del Governo relativa al mancato rispetto del termine di sei mesi ed ha osservato che la questione centrale, per quanto riguarda l’esaurimento delle vie di ricorso interne, sia quella di stabilire se la ricorrente si sia avvalsa delle vie di diritto disponibili nell’ordinamento giuridico interno, aggiungendo che l’oggetto principale del ricorso sia quello di stabilire se le autorità abbiano dimostrato la diligenza richiesta per prevenire gli atti di violenza commessi contro la ricorrente e suo figlio, in particolare adottando nei confronti di A.T. misure adeguate di tipo repressivo o preventivo. Essendo queste due questioni indissolubilmente legate, la Corte ha deciso di unirle al merito e di esaminarle sotto il profilo degli articoli 2 e 3 della Convenzione. In particolare, mentre nel contesto delle violenze domestiche le misure di protezione sono, in linea di principio, destinate a fronteggiare quanto prima una situazione di pericolo, la Corte ha osservato che si sono dovuti attendere sette mesi prima che la ricorrente fosse sentita in un tribunale. Un tale ritardo non poteva che privare la ricorrente del beneficio della protezione immediata che la situazione richiedeva. La mancata attuazione di misure ragionevoli che avrebbero avuto una possibilità reale di cambiare il corso degli eventi o di attenuare il danno provocato è sufficiente per chiamare in causa la responsabilità dello Stato. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato, all’unanimità, il ricorso ricevibile; ha dichiarato, con sei voti contro uno, che vi è stata violazione dell’articolo 2 della Convenzione in ragione dell’omicidio del figlio della ricorrente e del tentato omicidio nei confronti di quest’ultima; ha dichiarato, all’unanimità, che vi è stata violazione dell’articolo 3 della Convenzione in ragione dell’inadempimento delle autorità al loro obbligo di proteggere la ricorrente dagli atti di violenza domestica commessi da A.T.; ha dichiarato infine, con cinque voti contro due, che vi è stata violazione dell’articolo 14 della Convenzione in combinato disposto con gli articoli 2 e 3. Secondo la Corte infatti le autorità italiane, sottovalutando con la loro inerzia la gravità della violenza in questione, l’hanno sostanzialmente causata. La ricorrente di conseguenza è stata vittima, in quanto donna, di una discriminazione contraria all’articolo 14 della Convenzione. https://hudoc.echr.coe.int/eng#{%22itemid%22:[%22001-172771%22]};

  • Opuz c. Turchia, Terza sezione, 9 giugno 2009 –

All’origine della causa vi è un ricorso presentato contro la Repubblica turca, con il quale la cittadina turca Nahide Opuz ha adito il 15 luglio 2002 la Corte EDU ai sensi dell’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. La ricorrente ha sostenuto che le autorità statali non avevano protetto lei e sua madre dalla violenza del suo ex marito, provocando maltrattamenti, minacce e violenze nei confronti della ricorrente e di sua madre fino all’omicidio di quest’ultima. La ricorrente aveva denunciato il marito sei volte alle autorità turche di Diyarbakır per violenze, lesioni e minacce, prima che questo uccidesse sua madre colpendola con un’arma da fuoco. Il governo turco si è difeso sostenendo in primo luogo che la ricorrente non avesse rispettato il termine di sei mesi per la ricevibilità del ricorso, ed in secondo luogo che il marito fosse stato perseguito dalle autorità nazionali in seguito all’omicidio e lo sarebbe stato anche dopo le precedenti denunce, se queste non fossero state ritirate dalla ricorrente. Quest’ultima, peraltro, aveva dichiarato di aver ritirato le denunce a causa di gravi minacce da parte dell’ex marito. La Corte ha dichiarato che il termine dei sei mesi fosse stato rispettato, ha dichiarato il ricorso ricevibile ed ha deliberato che vi sia stata violazione degli articoli 2, dell’articolo 3 e dell’articolo 14 in combinato disposto con gli articoli 2 e 3 della Convenzione. In particolare, governo turco non è riuscito a garantire il diritto alla vita della madre della ricorrente (violazione dell’art. 2 della Convenzione), il diritto della ricorrente e di sua madre a non subire trattamenti inumani o degradanti (violazione dell’art. 3) e – a causa dell’atteggiamento tollerante delle autorità turche verso le ripetute aggressioni e violenze familiari ad opera dell’ex marito della ricorrente – il diritto a non subire discriminazioni basate sul genere (violazione dell’art. 14 in combinato disposto con gli articoli 2 e 3). https://hudoc.echr.coe.int/eng#{%22itemid%22:[%22001-92945%22]}