Corte Costituzionale

Tribunale e Corte d’Appello

Corte d’Appello di Messina, sent. n. 198 del 19 marzo 2019, di riforma della sentenza del Tribunale di Messina, Sez.1, del 30 maggio 2017 – “il compito di uno Stato non si esaurisce nella mera adozione di disposizioni di legge che tutelino i soggetti maggiormente vulnerabili, ma si estende ad assicurare che la protezione di tali soggetti sia effettiva, evidenziando che l’inerzia delle autorità nell’applicare tali disposizioni di legge si risolve in una vanificazione degli strumenti di tutela in esse previsti”;

Tribunale di Roma, sez. 1, 11 ottobre 2018 – “può essere disposto l’affidamento esclusivo della prole minorenne laddove la condotta violenta ed aggressiva di uno dei genitori – posta in essere in presenza del minore ai danni dell’altro genitore (o di un parente) e contravvenendo alle statuizioni che disciplinano il prelievo della prole – sia tale da far supporre un grave turbamento in capo al minore”;

Tribunale di Milano, sez. IX, 14 febbraio 2018 – “i provvedimenti avente contenuto analogo agli ordini di protezione ex art. 342-ter c.c., adottati dal giudice istruttore, non sono reclamabili. La loro modificabilità resta subordinata – nel corso del giudizio – ad una diversa valutazione da parte della stessa Autorità Giudiziaria che li ha emessi ed è legata all’impugnazione del provvedimento definitorio finale”;

Corte di Cassazione

  • Cass. pen., sez. V, n.15794 del 19 marzo 2019 – “è irrevocabile la querela presentata per il reato di atti persecutori quando la condotta sia stata realizzata con minacce reiterate e gravi. Infatti, il richiamo contenuto nell’articolo 612-bis, comma 4, del codice penale all’articolo 612, comma 2, del codice penale, quanto ai “modi” di formulazione della minaccia (“la querela è comunque irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi cui all’articolo 612, comma 2, del Cp”) non può intendersi limitato a quelli considerati nell’articolo 339, comma 2 (commessa da più di cinque persone riunite, mediante uso di armi anche soltanto da parte di una di esse, ovvero da più di dieci persone pur senza uso di armi), cui ulteriormente rinvia l’articolo 612, comma 2, del codice penale, posto che non vi sono elementi, di natura letterale o sistematica, che consentano di escludere la gravità delle minacce dalle modalità esecutive richiamate dall’articolo 612-bis in tema di procedibilità del reato. Tale soluzione interpretativa, inoltre, è in linea con i principi di cui all’articolo 55 della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne, in attuazione della quale la legge 15 ottobre 2013 n. 119 ha Introdotto la disposizione in tema di irrevocabilità della querela”,
  • Sez. 5, Sentenza n. 27698 del 04/05/2018 Ud.  (dep. 15/06/2018 ) Rv. 273556 – 01 Con questa decisione la Suprema Corte ha stabilito che non può essere invocata l’attenuante della provocazione quando il fatto apparentemente ingiusto della vittima, cui l’agente abbia reagito, sia stato determinato a sua volta da un precedente comportamento ingiusto dello stesso agente o sia frutto di reciproche provocazioni. (Fattispecie relativa a reato di stalking in cui la Corte ha escluso sia la scriminante della legittima difesa, sia l’attenuante della provocazione invocata dal ricorrente, poichè le reciproche azioni violente si erano verificate nel contesto di una perdurante condotta persecutoria da parte dell’imputato in danno della vittima, che era stata attesa sotto casa e lì aggredita). 

  • Sez. 3, Sentenza n. 46464 del 09/06/2017 Ud.  (dep. 10/10/2017 ) Rv. 271124 – 01 In tema di valutazione della prova, i costumi sessuali della vittima di reati sessuali sono ininfluenti sulla sua credibilità e non possono costituire argomento di prova per l’ esistenza, reale o putativa, del suo consenso.

  • Sez. 5, Sentenza n. 28623 del 27/04/2017 Ud.  (dep. 08/06/2017 ) Rv. 270875 – 01 Si tratta di una decisione con cui la Corte di cassazione ha affermato che ai fini della rituale contestazione del delitto di “stalking” non si richiede che il capo di imputazione rechi la precisa indicazione del luogo e della data di ogni singolo episodio nel quale si sia concretato il compimento di atti persecutori, essendo sufficiente a consentire un’adeguata difesa la descrizione in sequenza dei comportamenti tenuti, la loro collocazione temporale di massima e le conseguenze per la persona offesa.

  • Sez. 6, Sentenza n. 30704 del 19/05/2016 Ud.  (dep. 19/07/2016 ) Rv. 267942 – 01 In tema di rapporti fra il reato di maltrattamenti in famiglia e quello di atti persecutori (art. 612-bis, cod. pen.), salvo il rispetto della clausola di sussidiarietà prevista dall’art. 612-bis, comma primo, cod. pen. – che rende applicabile il più grave reato di maltrattamenti quando la condotta valga ad integrare gli elementi tipici della relativa fattispecie – è invece configurabile l’ipotesi aggravata del reato di atti persecutori (prevista dall’art. 612-bis, comma secondo, cod. pen.) in presenza di comportamenti che, sorti nell’ambito di una comunità familiare (o a questa assimilata), ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo o comunque della sua attualità temporale. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da vizi la sentenza che aveva configurato il concorso tra i due reati, sul presupposto della diversità dei beni giuridici tutelati, ritenendo integrato quello di  maltrattamenti in famiglia fino alla data di interruzione del rapporto di convivenza e poi, dalla cessazione di tale rapporto, quello di atti persecutori).

  • Cass. pen., sez. Unite, n. 10959 del 26 gennaio 2016 – “la disposizione dell’art. 408, comma 3bis, c.p.p. è riferibile anche ai reati di atti persecutori e di maltrattamenti, previsti rispettivamente dagli articoli 612bis e 572 c.p., perché l’espressione ‘violenza alla persona’ deve essere intesa alla luce del concetto di violenza di genere, quale risulta dalle pertinenti disposizioni di diritto internazionale recepite e diritto comunitario”;
  • Cass. pen., sez. III, n. 21020 del 28 ottobre 2014 – “in tema di reati sessuali la condotta vietata dall’art. 609bis c.p. comprende, oltre a ogni altra forma di congiungimento carnale, qualsiasi atto idoneo, secondo canoni scientifici e culturali, a soddisfare il piacere sessuale o a suscitarne lo stimolo, a prescindere dalle intenzioni dell’agente, purché questi sia consapevole della natura oggettivamente sessuale dell’atto posto in essere con la propria condotta cosciente e volontaria”;
  • Sez. 3, Sentenza n. 4674 del 22/10/2014 Ud.  (dep. 02/02/2015 ) Rv. 262472 – 01 In tema di violenza sessuale, il tentativo è configurabile non solo nel caso in cui gli atti idonei diretti in modo non equivoco a porre in essere un abuso sessuale non si siano estrinsecati in un contatto corporeo, ma anche quando il contatto sia stato superficiale o fugace e non abbia attinto una zona erogena o considerata tale dal reo per la reazione della vittima o per altri fattori indipendenti dalla volontà dell’agente, mentre per la consumazione del reato è sufficiente che il colpevole raggiunga le parti intime della persona offesa (zone genitali o comunque erogene), essendo indifferente che il contatto corporeo sia di breve durata, che la vittima sia riuscita a sottrarsi all’azione dell’aggressore o che quest’ultimo consegua la soddisfazione erotica. (Fattispecie in cui è stata ritenuta la fattispecie consumata in relazione alla condotta dell’imputato consistita nel leccamento di una guancia dovuto ad un bacio non riuscito ed al contemporaneo toccamento delle parti intime di una ragazza minorenne).

 

Scheda di approfondimento sul tema dell’incidenza dei motivi sociali o religiosi sulla configurabilità delle scriminanti del consenso dell’avente diritto o dell’esercizio del diritto.

Sez. VI, n. 3398 del 22/10/1999, Bajrami, Rv. 215158, pronunciandosi in tema di maltrattamenti in famiglia, ha escluso la configurabilità di un consenso della vittima, anch’essa formatasi nel medesimo contesto sub-culturale del reo – che riconosce al capo-famiglia il potere di disporre validamente dei familiari e delle loro abitudini di vita – affermando che la soglia del consenso è, comunque, rappresentata dai diritti inviolabili dell’uomo.

Sempre in tema di maltrattamenti in famiglia, Sez. VI, n. 55 del 08/11/2002, Khouider, Rv. 223192, ha affermato che l’elemento soggettivo del reato in questione non può essere escluso dalla circostanza che il reo sia di religione musulmana e rivendichi, perciò, particolari potestà in ordine al proprio nucleo familiare, in quanto si tratta di concezioni che si pongono in assoluto contrasto con le norme che stanno alla base dell’ordinamento giuridico italiano, considerato che la garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali, cui è certamente da ascrivere la famiglia (art. 2 Cost.), nonché il principio di eguaglianza e di pari dignità sociale (art. 3, comma 1 e 2 Cost.) costituiscono uno sbarramento invalicabile contro l’introduzione di diritto o di fatto nella società civile di consuetudini, prassi o costumi con esso assolutamente incompatibili.

Tale principio è stato successivamente ampliato da Sez. VI, n. 46300 del 26/11/2008 F.A. che, nell’esaminare le diverse prospettive del multiculturalismo, ha individuato la condizione essenziale per la loro attuazione all’interno del nostro sistema penale nella conformità ai principi cardine del nostro ordinamento, quali, in particolare, quelli di rango costituzionale dettati dagli artt. 2 e 3 Cost.

Ad avviso della Corte, tali diritti costituiscono, dunque, uno sbarramento all’introduzione nelle società civili di consuetudini, prassi, costumi che si propongono come “antistorici” a fronte dei risultati ottenuti nel corso dei secoli per l’affermazione dei diritti inviolabili della persona, cittadino o straniero che sia. Nel caso di specie, la Corte ha, pertanto, ritenuto infondato il ricorso avverso la sentenza di condanna di un cittadino marocchino per vari reati – tra cui quelli di maltrattamenti in famiglia, sequestro di persona e violenza sessuale in danno della moglie – escludendo qualsiasi valenza scriminante della concezione della famiglia tipica del gruppo sociale di appartenenza dell’imputato.

In senso analogo, anche, Sez. VI, n. 32824 del 2009 e Sez. VI, n. 19674, del 2014.

Sez. VI, n. 32824 del 2009, D., Rv. 245185, ha, inoltre, escluso qualsiasi incidenza scriminante sul reato di maltrattamenti in famiglia del credo religioso. Ad avviso della Corte, infatti, non sussiste alcun nesso indissolubile tra il reato di maltrattamenti in famiglia e la fede islamica dei coniugi che tra l’altro, «ove pure non sancisca la parità dei sessi nel rapporto coniugale, non autorizza i maltrattamenti da parte del marito e, anzi, pone a fondamento della sua autorevolezza proprio il dovere di astenersene»).

Analogamente, con riferimento al delitto di violenza sessuale, Sez. III, n. 37364 del 2015, B., Rv. 265187, ha ritenuto irrilevanti le giustificazioni dedotte in nome di presunti limiti o diversità culturali nella concezione del rapporto coniugale, posto che le stesse porterebbero al sovvertimento del principio dell’obbligatorietà della legge penale e all’affievolimento della tutela di un diritto assoluto e inviolabile dell’uomo quale è la libertà sessuale.

In tema di delitto d’onore, si veda Sezione I penale, n. 6587 del 2010. Il Giudice di legittimità ha escluso la scriminante culturale a fronte dell’omicidio da parte di un padre della propria figlia per essere andata a convivere con un ragazzo italiano e per aver rifiutato di unirsi in matrimonio con il promesso sposo anch’egli pakistano.

Nel senso di escludere l’incidenza della scriminante culturale in presenza di violenze perpetrate ai danni della propria moglie, anche Sez. III, n. 7590 del 2019.

Il caso riguardava le condotte di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale, lesioni e sottrazione di minori procurate alla moglie da un uomo di origini pakistane. La Corte di Cassazione, seguendo la propria giurisprudenza consolidata, ha escluso che la cultura di appartenenza del soggetto agente potesse escludere la ricorrenza degli estremi delle fattispecie incriminatrici addebitategli.

Con riferimento a violenza commessa ai danni di giovani donne, si veda Sez. VI , 28/03/2012 , n. 12089, in cui la Corte di Cassazione ha condannato per maltrattamenti familiari un padre che aveva ripetutamente percosso la propria figlia dodicenne per non essere stata in grado di recitare a memoria alcuni versi del Corano. In quell’occasione, la Corte di Cassazione ha affermato che “[a]i fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di maltrattamenti familiari (nella specie, nei confronti della figlia minorenne perché non in grado di ripetere perfettamente a memoria i versi del Corano) non rileva la supposta finalità educativa fondata sul codice etico-religioso del padre di religione musulmana, trattandosi di violazione dei diritti inviolabili della persona i quali rappresentano uno ‘sbarramento invalicabile’ contro l’introduzione di consuetudini, prassi e costumi ‘antistorici’ contrastanti con i diritti inviolabili garantiti dalla Costituzione”.